18 giugno 2013

Le origini della cosmesi: popoli del passato e tribù, l’arte visiva e rappresentativa - prima parte



La Regina di Saba
La concezione generale è che il trucco e la cosmesi siano nate nel periodo del 1900, in realtà le loro origini risalgono fin dai tempi della preistoria. Per prima cosa però, bisogna distinguere il significato di trucco e cosmesi. Il trucco era, ed è ancora, l’insieme di metodi che si utilizzano per modificare, migliorare, sistemare un dettaglio del viso o del corpo, tramite prodotti esterni. Cosmetico invece, dal greco “kosmetikòs-"atto ad abbellire"-kosmèo- "adorno, abbellisco"-kòsmos, "ordine" è quindi quello da cui gli antichi Greci coglievano innanzitutto un aspetto: creare un sistema armonico e ordinato, in contrapposizione al disordine e del caos.
La cosmesi è dunque l'intuizione estetica col fine esclusivo di esaltare le qualità somatiche, la buona salute e l'armonia del corpo. L'abbellimento del proprio aspetto, dunque, era pratica comune sin dall'origine dell'uomo, infatti, nella preistoria usavano dipingersi per protezione. Erano soliti mimetizzarsi tramite pitture sul corpo, ed incutevano timore a chi li minacciava utilizzando colori, simbolismi e figure spaventose. Ma non era solo così, la bellezza contava già molto tra le donne del paleolitico, che usavano sulle labbra il primo rossetto della storia, composto da grassi animali e minerali polverizzati, per ravvivare il colore naturale delle labbra.

Tuttavia le prime vere testimonianze del trucco risalgono al 4000 a.C. con il popolo dei Sumeri, ma anche Ittiti, Assiri e Babilonesi, che scambiavano materie prime e prodotti finiti tra loro, creando una vera e propria rete di commercio. Alla leggendaria regina di Saba, ad esempio, sono collegate le prime creme da notte e creme depilatorie. La prima era un unguento a base di grasso di bue o di cammello in cui veniva fatta macerare un'erba, che veniva spalmata sul viso la sera prima di dormire e lavata la mattina con acqua calda, la seconda era una pasta fatta di cera, resina o gomma arabica e miele. Profumi e oli aromatici erano un bene pregiato quanto oro e argento. Tra i preziosi doni che la regina portò al re Salomone in occasione della sua memorabile visita c’erano proprio oro, pietre preziose e olio di balsamo.

Le quantità di profumo o di olio che si potevano estrarre da fiori, frutti, foglie, resine o dai vari tipi di corteccia erano minime, per cui i popoli coltivavano intere piantagioni di sole piante aromatiche ad unico scopo cosmetico. La Bibbia cita alcune di queste piante aromatiche, tra cui aloe, balsamo, bdellio, calamo, cassia, cinnamomo, incenso, mirra, nardo e zafferano. Alcune erano piante indigene e crescevano nella valle del Giordano. Altre venivano importate attraverso le famose vie dell’incenso da luoghi come India e Arabia meridionale. Il balsamo trovava un suo impiego anche nelle manovre politiche. Ad esempio, secondo lo storico Giuseppe Flavio, Marco Antonio si appropriò di un’intera coltivazione di queste piante, offrendo il prezioso dono a Cleopatra.
Erano molto gelosi delle loro piantagioni ad uso cosmetico, tanto che secondo lo storico latino Plinio il Vecchio, durante la guerra che li vide contrapposti ai romani nel I secolo, gli ebrei tentarono di distruggere tutte le piante da cui si ricavava il balsamo per impedire che finissero nelle mani degli invasori.

Statua Sumera con occhi bordati di nero, simboleggiava Ebih-il, sorvegliante del tempio di Ishtar a Mari.

Ritrovamenti di statuette Sumere, mostrano un’usanza comune in tutta la zona della Mesopotamia del tempo, quella di contornare gli occhi con del colore scuro. Erodoto, nel 500 a.C. scrisse che i Sumeri amavano dipingersi anche il volto con piombo bianco, e usavano rosso vermiglio su guance e labbra.

Riproduzione di donna Sumera del XVIII secolo. Le sopracciglia erano unite per motivi religiosi di significato sconosciuto.
L'aspetto esteriore era molto importante per loro, come anche l'igiene, infatti sia uomini che donne usavano persino arricciarsi i capelli e profumarli con oli. Inoltre mantenevano morbida la pelle con pietra pomice e vaporizzavano unguenti odorosi sul corpo. Questi usi si tramandarono nei secoli, divenendo un vero rito di bellezza per tutte le popolazioni che vivevano sulla costa mediterranea. Dalle terre della Mesopotamia e dal paese di Punt (Somalia) provenivano parte delle materie prime impiegate nella cosmesi egiziana.

Delineare lo sguardo si tramandò quindi anche agli egizi, molto famosi per la loro bordatura attorno agli occhi, che si allungava fino alle tempie e comprendeva anche le sopracciglia. Questi ultimi infatti, sono la documentazione più importante che abbiamo nei giorni nostri sull'abbellimento del viso. Nella colonna delle offerte del Museo di Leida, sono elencate più di cento sostanze cosmetiche e aromatiche usate nelle pratiche di bellezza. Le numerose raffigurazioni del Dio Bes, patrono dei trattamenti cosmetici, ed il suo culto ampiamente diffuso, sono la testimonianza dell'amore che questo popolo aveva per la bellezza espressa con eleganza ed estrema raffinatezza in tutte le manifestazione dell'arte. Il significato della bordatura dell’occhio era collegata al Dio Horus, il Dio falco, animale dall’occhio bordato di nero. Tutta la popolazione usava dipingersi gl’occhi, seguendo la leggenda, tale pratica serviva “per ridonare la vista ad Horus”, rimasto cieco di un occhio nella battaglia contro Seth, per il trono dell’Egitto. Egli simboleggiava salute, integrità e salvezza. Tutti portavano al tempio del Dio oli, unguenti e cosmetici per ridonargli forza. Le misture che realizzavano non erano solo a fini estetici, ma avevano anche un potere curativo ed igienizzante, e data la loro fissazione per l'igiene, che era collegata alla purezza dello spirito, nelle case furono costruiti anche servizi igienici.

Il composto che usavano per gli occhi, diversa in ogni paese, era chiamata Khol, o Kajal, ed era ricavata dal bistro, la semplice cenere derivata da qualsiasi sostanza vegetale, grassi, resine e linfa di sicomoro, e generalmente i colori più utilizzati erano il nero ed il verde, ricavati a loro volta da minerali, quali la malachite per il verde, e la galena per il nero, una polvere a base di solfuro di piombo. Questo cosmetico era molto utilizzato da donne ed addirittura dai bambini, date le sue proprietà antibatteriche ed antiarrossanti.
Ramses II, il celebre faraone dal sarcofago dorato dipinto di blu lapislazzulo.

I profumi, gli oli e i cosmetici per dipingere il viso erano l'ordine del giorno per ogni ceto sociale, a cominciare ovviamente da faraoni e da reali, che avevano creato un vero e proprio rito di preparazione. Si dice infatti, che al mattino il sovrano dovesse sottoporsi alla "cerimonia di toeletta", una funzione che purificava il corpo, in cui egli si faceva lavare, truccare e in fine cospargere di incenso. Le donne erano molto attente alla loro bellezza, infatti oli e creme servivano ad ammorbidire la pelle, secca dal troppo caldo e dall'aridità del deserto, e se avevano una carnagione più scura, usavano anche schiarirla con polvere di alabastro, un minerale che componeva molti dei loro prodotti di toeletta. Avevano un cosmetico adatto a tutto, persino per le rughe, per le unghie e i capelli.
Le regine erano così legate alla propria estetica che si facevano seppellire con il loro personale “beauty-case”, una piccola scatola in cui tenevano oli, profumi, pettini, trucchi e l’importantissimo specchio.

Riproduzione di regina egiziana

Come principale componente, gli egizi utilizzavano l'Hennè, e proprio una delle più pregiate varietà cresceva sugl'argini del Nilo. Veniva utilizzato per creare veri e propri smalti per le unghie e tinture per i capelli, per uso di benestanti e popolani. In un ritrovamento di una tomba di un personaggio facoltoso, precisamente un architetto, nel sarcofago della moglie, furono trovati parecchi oggetti che servivano per la pulizia del viso, contenitori per trucco, una parrucca che sfoggiava durante le feste mondane e vari oli e profumi. Ancora oggi l'Hennè è impiegato per colorare i capelli, e a seconda del continente, esso si usa per vari rituali religiosi.

In India ad esempio, fin dall'antichità, veniva utilizzato per feste e cerimonie, e si usava colorare completamente piante di mani e di piedi. Nel 1000 a.C. venne creato un codice medico, in cui si utilizzavano materie prime e componenti ricavati da commerci e coltivazioni nei propri territori, per creare medicinali ad uso estetico e per resistere al rigore del clima caldo. Il trucco in India è sempre stato molto utilizzato dalle donne e dai bambini, ma non è strano vedere ancora oggi anche uomini completamente truccati e curati. Il loro modo di adornarsi non è variato nel tempo, i simboli dipinti tramite l’Hennè cambiavano di zona in zona, ma solitamente era utilizzato per la cerimonia del matrimonio, in cui il futuro marito regalava il composto alla sposa, che lo utilizzava per adornarsi il giorno delle nozze.

Il significato dei simboli era associato a magia ed esoterismo. Il senso estetico indiano, per essere appagato, aveva bisogno di ornare e arricchire l'oggetto prescelto. Le figure retoriche letterarie, metafore etc., considerate indispensabili nella poesia indiana, vengono denominate “Alamkara”, termine derivante dal verbo che significa appunto adornare, decorare. Ma il significato letterale del verbo indica in realtà semplicemente l'azione di compiere, fare abbastanza, perchè secondo la mentalità indiana, senza ornamenti, nulla appare concluso, finito, sufficiente e solo appare bello ciò che è arricchito con adorni. Da questa necessità estetica deriva l'importanza posta sugli ornamenti femminili, dai gioielli o interventi di make-up, che servivano anche come rito scaramantico. Spesso disegni e motivi dei monili avevano lo scopo di attirare fortuna e prosperità allontanando il temuto malocchio. Questi ornamenti, che ricoprono dalla testa ai piedi la donna, sono stati codificati sin dall'antichità e sono 16, “Solah Shringar”, numero che corrisponde all'età della perfezione femminile, secondo i testi indù, quando la donna raggiunge l'apice del suo fascino fisico a sedici anni. I gioielli e gli ornamenti vengono indossati nella loro totalità e nelle loro varianti più sfarzose durante il matrimonio, variando però lo stile e le caratteristiche a seconda delle regioni, della religione d'appartenenza e naturalmente delle possibilità economiche familiari.

Ecco delle definizioni che rappresentano le tradizioni sulla bellezza delle donne indiane:

Bindi o Tilak: deriva dal Sanscrito Bundu, punto centrale, e si applica tra le sopracciglia.

Sindoor: un pigmento in polvere rosso sangue, che si applica nella scriminatura centrale dei capelli. E' utilizzato esclusivamente dalle donne sposate, è simbolo di fertilità e di appartenenza indissolubile ad un solo uomo.

Mang Tikka: si tratta di un pendente con catenella che termina con un gancetto. Questo si aggancia alla sommità del capo collocando la catenella lungo la scriminatura centrale dei capelli, facendo sì che il pendente appoggi al centro della fronte. E' un ornamento particolarmente adatto per le ragazze fidanzate, poiché appoggia sul Chakra, rappresentato dall'unione della natura femminile e maschile. Rappresenta la potenzialità della donna di perpetuare la stirpe del clan a cui si appresta ad appartenere.

Anjana: conosciuto anche come Khol o Kajal. Tecnicamente si tratta di solfuro di antimonio; per rafforzare, illuminare ed ingrandire gli occhi, scurire ed allungare le ciglia.

Hennè: i disegni applicati con la henna, “mehndi”, sono considerati altamente propizi per una sposa e a volte includono, tra gli arabeschi, il nome del fidanzato; una volta soli, lo sposo dovrà riuscire a trovarlo. Vengono applicati la sera prima del matrimonio, in quella che viene chiamata “Mehndi ki raat”, la notte della henna.

Hennè rituale su mani e piedi, l’arte di disegnare invece che intingere completamente i palmi si diffuse con le donne Bèrbere, ma col tempo cambiarono a seconda delle zone. 

Arsi: anello da pollice con specchio. Naturalmente tutti gli anelli sono utilizzati e su tutte le dita, ma ne esiste uno particolare che si indossa da sposa e poi nei primi anni di matrimonio nelle occasioni speciali. E' un anello da pollice, dalla forma rotondeggiante, a volte a cuore, con al centro uno specchietto nascosto negli esemplari più raffinati da uno sportellino. Si tratta di un accorgimento per permettere alla ragazza di controllare discretamente se l'insieme dei suoi ornamenti, così come il trucco e la pettinatura, proseguono al loro posto. Un gesto civettuolo immortalato nei secoli da canzoni e poesie.

Keshpasharachna: l'acconciatura dei capelli. Fonte di poteri magici e di forza vitale in tutte le culture, i capelli occupano un posto privilegiato nella cultura indiana. I capelli sciolti indicano un atteggiamento irrispettoso delle tradizioni e libero e nell' India rurale sono visti ancora come una sfrontatezza, se decidete di viaggiare verso questi paesi con chiome al vento, troverete sempre chi si offrirà di intrecciarveli. Unti con oli profumati ed intrecciati, vengono poi adornati, specialmente al Sud, quotidianamente con ghirlande di fiori profumati. Dividere le chiome in tre parti e formare una treccia è considerata la maniera migliore di acconciarsi, rappresentando così l'unione della trimurti Brahma, Shiva e Vishnu, così come la confluenza dei tre fiumi sacri Gange, Yamuna e Saraswati.

Itra: profumo. Le essenze floreali indiane, considerate di origine divina, sono da sempre di qualità leggendaria e si crede che venissero prodotte secondo tecniche raffinate già nel 1500 a. C. Nel corso dei secoli si è sviluppata una vera e propria arte della profumazione, ed esistono fragranze adatte a diverse ore del giorno, a diversi tipi di abbigliamento, a seconda del tipo fisico e caratteriale delle signore e a seconda della stagione. Si va dall'essenza che riproduce l'odore della terra bagnata dopo le piogge a quella dello zafferano che inebria come il vino.

Il matrimonio, per le spose quasi sempre in rosso, l'abito nuziale è guardato con reverenza. Spesso è arrichito con ricami che enfatizzano il simbolismo di fertilità legato al colore del tessuto.

Trucco per rituale tradizionale su ragazzina indiana, invece che il Tilak è stato disegnato un Bindi sulla fronte (dal Sanscrito Bindu: goccia, particella, punto). Il Bindi era un pendente o un disegno di un monile che si posizionava al centro della fronte, ed il significato era uguale a quello del Tilak.

Bambina con Tilak sulla fronte e occhi bordati con Kajal, come si può notare il trucco era utilizzato da tutti.

Ancora oggi si utilizza l’aspetto esteriore come simbolo di bellezza anche dello spirito, infatti molte donne prima di truccarsi ed adornarsi, recitano preghiere e praticano riti per purificarsi. Questo uso è comune anche tra i danzatori di Kathakali, una danza tradizionale del Kerala, dove con il trucco i ballerini si identificavano in dei o demoni.


Continua....


Testo di Marina Freschi per la tesina di fine anno del Corso di Trucco Beauty&Correttivo


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