19 giugno 2013

Le origini della cosmesi: popoli del passato e tribù, l’arte visiva e rappresentativa - seconda parte


Spostandoci nella nostra terra, all’origine del popolo italico, gli Etruschi usavano truccarsi per motivi legati alla magia ed alla religione. Le donne erano raffinate e curate, famose per il loro incarnato candido e le acconciature sempre abilmente studiate.
I loro cosmetici erano più elaborati, furono ritrovati in alcuni sepolcri, ceste di bronzo (utilizzate per il gli strumenti di trucco e toeletta), e scrigni di legno a forma di animali (per polveri e pigmenti) contenenti miscele simili a fondotinta, composti da talco, argilla, terra d’ocra, il tutto  amalgamato con del grasso animale. Esistevano anche una sorta di ombretti, i colori più diffusi erano il rosa cenere, derivato da petali di rosa canina, il giallo zafferano, il giallo di Croco, utilizzato anche nell’età Romana,  e la famosa malachite verde, per creare uno sguardo intrigante. Il nero fumo, un composto con carbone di ossa, si utilizzava per delineare ciglia e sopracciglia.
Per le labbra e le guance utilizzavano una polvere rossa chiamata Milton o dell’ocra rossa. Per schiarire l’incarnato invece, era famosa la cipria “Far Clusinum”, derivata da farina di farro di Chiusi polverizzata, e si otteneva una polvere bianca candida impalpabile.
Anche gli uomini, in particolare gli atleti, usavano curarsi con oli profumati e maschere di farine di cereali o argilla, poiché per essi era fondamentale curare la pelle rendendola elastica e tonica. A tal proposito, utilizzavano anche una sorta di raschietto chiamato strigile, che dopo le competizioni passavano sulla pelle per eliminare l’eccesso di sudore, sabbia e oli. Questo strumento era utilizzato anche dalle donne, per togliere l’olio d’oliva che si usava come “crema” per la pelle. Si utilizzavano varie maschere per il viso, persino per le pelli grasse, infatti Ovidio, nella sua opera “De Medicamine Faciei Feminae” (consigli cosmetici per donne, in cui parla non solo di render bello l’aspetto, ma anche il carattere) parla di una mistura composta da orzo, lenticchie, uova, bulbi di narciso scorticati, noti nell’antichità per le loro proprietà idratanti, mescolate a resine, amidi e miele. Avevano creato anche un rossetto in particolare, a base di radici di anchusa, gelso e foglie di fuco. Tra i prodotti per i capelli, veniva utilizzato, per di più tra le giovani ragazze, uno schiarente, usato anche dai Celti, con cenere di faggio e grassi animali liquidi, ottenendo un biondo dorato, tanto apprezzato che venne esportato anche a Roma e nella Gallia del I secolo d.C. Gli oli e gli unguenti erano importantissimi per il popolo Etrusco, poiché era buon costume trattare la pelle, precedentemente lisciata con pietra pomice e soda, e reidratarla con unguenti composti da olio di oliva, semi e mandorle. Queste misture erano poi riposte in vasetti, che Ovidio in “Ars Amatoria” suggeriva alle donne di nascondere alla vista dell’amante, affinché “l’arte che vi fa belle sia segreta”.

Donna Medievale, con i classici canoni del tempo
Al contrario di Etruschi e Romani, popoli in cui la bellezza e la pulizia erano fondamentali, nel Medioevo il concetto di beltà e cura della persona perde valore, dato il giudizio dominante della Chiesa del tempo che condannava l'uso di trucchi e di parrucche, destinate solo alle prostitute. Il monaco Cipriano (200-258) consigliava alle donne di non usare cosmetici, per essere riconoscibili agli occhi di Dio il giorno del giudizio, un’altra ragione era perché non permettevano alla benedizione divina di raggiungere la testa. Nonostante questi divieti le diverse mode proliferarono nei secoli, nel Medioevo le donne usavano radere le sopracciglia così come la fronte, in modo che risultasse più bombata. Per renderla tale, utilizzavano del solfuro naturale di arsenico unito a calce viva, proprio quella che si utilizzava anche per decomporre i cadaveri più velocemente (non era  affatto curativa, anzi, utilizzando questo composto si andava in contro ad un precoce invecchiamento della pelle), e sotto il copricapo i capelli non dovevano essere visibili. Molte donne comunque, decidevano di applicare solo cipria e rossetto, rimanendo su tonalità chiare e naturali, per non essere giudicate di facili costumi.
I canoni di bellezza cambiarono e andò in voga il modello nordico, influenzato dalle conquiste militari di Normanni e Svevi, i capelli dovevano essere quindi biondi, gli occhi azzurri e la pelle chiara, andando in contrapposizione al modello mediterraneo. Vennero scritti manuali di bellezza su come rendere chiara e liscia la pelle anche attraverso l'uso di biacca, albume d'uovo, allume, limone ed aceto. Per avere capelli biondi si utilizzavano tinture a base vegetale e minerale.
Benché la morale cristiana condannasse questi costumi (Jacopone da Todi ne da cenno nella lauda " L'ornamento delle donne dannoso"). La moda imperversava, e le donne stesse preparavano da se i propri belletti, tanto che le loro camere somigliano a laboratori di alchimisti colmi di pentole, alambicchi, barattoli, pomate ed essenze.

Solo le prostitute potevano utilizzare cosmetici per abbellirsi in maniera più vistosa, ed esse dovevano utilizzare l'abito come segno di riconoscimento, dato che per legge dovevano rendersi riconoscibili, e quindi portare dei segni che le differenziassero dal resto della popolazione femminile. A Padova per esempio, dovevano portare un cappuccio rosso, a Bologna e Firenze un campanellino sul copricapo e talvolta le vesti dovevano essere accollate e nere per non tentare gli uomini, a Milano dovevano sfoggiare numerosi gioielli, con l'intento anche, di dissuadere le altre donne dal portarli, per i motivi prima elencati. A Brescia era permesso che fossero sfarzose e attraenti in modo da dissuadere gli uomini dal praticare la sodomia (pratica molto diffusa nel quattrocento). Un’altra ragione per cui non si usava curarsi, era dovuta dal fatto che l’acqua era inquinata, e i medici del tempo sconsigliavano l’utilizzo per evitare contaminazioni da malattie gravi come la malaria, e di cambiare spesso abiti e lenzuola. C’è da dire perciò, che la cosa più lampante di una donna era si, il bel viso candido, ma l’olezzo rimaneva non del tutto indifferente. Tale problema si risolveva cospargendosi totalmente di colonie profumate, che a fin dei conti, non servivano proprio a granché. L’uso di sbiancare il colorito era sempre in voga, in quest’epoca più per differenziare il ceto sociale, in quanto la pelle abbronzata era destinata a chi svolgeva lavori umili e da contadini. Le dame quindi, avevano un incarnato molto chiaro, e  se si vedevano le vene blu in trasparenza sotto la pelle, era simbolo di bellezza e di vanto tra le cortigiane (da qui il detto "i nobili hanno il sangue blu"), questo perchè secondo i medici, la pelle doveva essere il più sottile possibile, e non essere spessa e ruvida. Anche le gote, potevano essere ricoperte da un rossore e la pelle doveva essere liscia e luminosa. I punti focali sulla bellezza erano quindi TRE, viso, decolleté e mani, quest’ultime trattate con dei guanti, immersi in miele e mostarda, lavate poi con dell’acqua piovana, per renderle giovani e lisce. I denti erano un canone irraggiungibile da ottenere, si preferivano bianchi, e si tentava di sbiancarli utilizzando uno spazzolino con una mistura di corallo rosso, tartaro di vino bianco, polvere di osso di seppia, polvere di marmo, il tutto mischiato con le proprie urine, altrimenti della semplice salvia. Procedendo nel tempo, gli studi medici soprattutto ad opera degli ecclesiastici, fecero molti progressi che si applicarono anche alla medicina e all’ esoterismo, e spesso lo studio delle erbe come elementi curativi applicati sulla pelle veniva attribuito alle streghe che, secondo il clero, utilizzavano questi mezzi per sedurre e rimanere giovani in eterno.



Trotula De Ruggiero
Un personaggio molto importante dell’epoca, fu Trotula de Ruggiero, una dottoressa salernitana molto nota, che scrisse le opere "De passionibus mulierum ante in et post partum" (Sulle malattie delle donne prima e dopo il parto) "Practica secundum Trotam" (La pratica medica secondo Trotula) e "De ornatu mulierum" (Sui cosmetici delle donne). Quest’ultimo scritto tratta studi e consigli con ricette su come curare la pelle, come tingere i capelli, come sbiancare i denti, come togliere le borse dagli occhi, come truccarsi il viso, le labbra e anche per eliminare l’alito cattivo. Trotula è la più nota tra le mulieres Salernitanae, ovvero le appartenenti a quella cerchia di studiose che insegnavano alla Scuola medica di Salerno la medicina e la cura del corpo delle donne. La sua figura fu celebre nel Medioevo in tutta Europa, in particolar modo per gli studi legati alla sfera femminile. Grazie a lei, sviste e pratiche errate sulla medicina generale sulle donne vennero finalmente modificate, acquisendo un  importanza che si tramandò nei manuali di medicina di tutto il mondo.


L'opera "De Ornatu Mulierum" si Trotula Di Ruggiero  il manuale per tutte le donne che insegna come curare se stesse.


Continua con la terza parte.... 



Testo di Marina Freschi per la tesina di fine anno del Corso di Trucco Beauty&Correttivo


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